Sull'architettura di Claudio Silvestrin

 

Guardando la pittura del Novecento, a partire dalle prime opere di Kandinsky e poi, via via l’arte astratta fino a Pollock, io ho sempre avuto l’impressione che il vero profondo significato di quella pittura fosse la frantumazione, la dissoluzione delle forme, anticipazione della dissoluzione dell’Europa con la prima guerra mondiale a cui è seguita la seconda, massacri staliniani, nazisti, genocidi. Non solo l’assenza, ma la dissoluzione, la disintegrazione del corpo dell’uomo. E con lui la fine della pittura come arte a sé stante. Lo stesso, lo sappiamo è avvenuto nella musica con la fine del melodramma, della sinfonia. E al loro posto è sorta l’arte specifica del XX secolo, il cinema, in cui è rinato e si è rifuso tutto.

 

Ebbene una impressione di smarrimento analogo a quello provato di fronte alla frantumazione della forma nella pittura astratta del Novecento, l’ho provata di fronte alla architettura del secondo dopoguerra. Anche qui, in qualche modo, è come se fosse scomparso l’uomo. Guardando The mile di Chicago, sono commosso dalla straordinaria bellezza della composizione scenografica dei suoi grattacieli, coi loro colori cangianti. E la stessa ammirazione commossa ho provato a Brasilia, o semplicemente guardano l’edificio Mondadori di Niemeyer a Milano. Ma poi, entrando in questi edifici, lavorandovi, ho avuto l’impressione altrettanto forte che non fossero stati fatti perché ci vivessero e ci lavorassero gli uomini. Estremizzando si potrebbe dire che non sono stati fatti per gli uomini nello loro complessità fisica, intellettuale, emozionale, politica, religiosa, culturale, spirituale. Sono monumenti, grandiose sculture tridimensionali contemplabili e anche visitabili, ma come si visitano le piramidi o i templi di Luxor, vestigia di popoli estinti o di popoli ancora da apparire. Ma l’uomo che noi conosciamo vi appare un estraneo perché non sono stati fatti per lui.

 

Allora mi domando: se i quadri di Kandinsky all’inizio del XX secolo anticipavano la frantumazione della civiltà europea, la frantumazione delle sue città e dei corpi dei suoi abitanti nelle guerre mondiali, questi edifici cosa anticipano? E mi viene in mente una umanità impoverita, svuotata, standardizzata, quasi evanescente. Poi, pensando agli edifici trasformati in schermi televisivi, caleidoscopi di immagini ho l’impressione che anticipino una umanità trasformata in immagine che si perde in un gioco di specchi che si riflettono senza fine. Il vuoto, il caso, la perdita della propria identità, la perdita di sé.

 

Ora io ho sempre immaginato l’evoluzione, il progresso, come un arricchimento dell’uomo, della sua energia, delle sue possibilità, della sua capacità di sentire, di pensare, del suo sapere, della sua saggezza. E mi auguravo che il XX secolo con le sue masse militarizzate, i suoi automi ideologici ed i suoi falansteri fosse una interruzione momentanea, una deviazione provvisoria della grande strada maestra della piena umanizzazione. Ma, osservando ciò che la gente guarda alla televisione, la musica che ascolta, i libri sempre più sciocchi che legge, lo zampettare su internet, il frastuono in cui vive, mi domando se non stiamo invece continuando sulla strada della frammentazione, anche se non più dei corpi, ma del pensiero, dell’animo, meglio dovremmo dire del suo spirito.

 

L’incoerente sovrapporsi di informazioni, sollecitazioni e la loro replicazione in infinite varianti ridondanti, produce un effetto di svuotamento, di dissipazione. Se è così, come nel XX secolo c’è chi si è opposto alla militarizzazione, alla devastazione dei totalitarismi, occorre che nel XXI secolo ci sia chi si oppone al disfacimento, alla dissipazione. Un’opera che ciascuno deve compiere nel proprio ambito, che consiste nel ricomporre quanto si dissolve, nel ridare un centro, un nucleo di valori attorno a cui ritrovarsi, perlomeno un luogo in cui possiamo ogni tanto rifugiarci. Noi tutti sentiamo il bisogno ogni tanto di silenzio, di concentrarci su un libro, una poesia, una preghiera, per purificarci, ritrovare la pace ed uscire più forti. Un opera di ritrovamento e ricostruzione che, per il filosofo, lo scrittore è fatta di libri, di articoli, per il regista di film e, per l’architetto di creazione di spazi che aiutino l’uomo a inserirsi di nuovo nella via maestra della sua crescita e della sua evoluzione. L’uomo moderno ha infatti assoluto bisogno di una architettura di salvezza.

 

È questa, io credo, la missione che si è posto Silvestrin con la sua architettura. Consentire all’uomo di oggi di ricostituire il centro e ristabilire così l’ordine e la fissità del mondo reale. E, poiché il mondo moderno è perenne flusso di immagini inconsistenti, il centro lo violenta. Nella sua architettura esso è il luogo del silenzio dove si annulla il frastuono, della linearità dove si annulla il disordine, dell’arcano dove si sospende il presente. Dove si affacciano, o si dischiudono, l’eterno, il sacro. Il luogo in cui l’uomo frantumato può ritrovare le sue radici nella sua cultura, nella sua tradizione, nella terra, nell’acqua, nell’aria, nel fuoco, nel legno, nella pietra, nella luce. Nella assoluta semplicità: aplosis. Luogo di purificazione per ritrovare la propria unità, la propria energia, la propria unicità. La propria essenza, e potersi muovere oltre.

 

Francesco Alberoni

12 marzo 2007

Addendum a "Eye Claudio"

libro pubblicato da Viabizzuno edizioni, 2008

 

 

 

On Claudio Silvestrin's architecture

 

In observing 20th-century painting, from the very first works by Kandinsky to the abstract art of Pollock, I have always felt that the really profound significance of those canvases lies in the fragmentation and dissolution of forms: anticipating the disintegration of Europe in the First World War, followed by the Nazi atrocities of the Second World War, the Stalinist massacres and genocides. Not only the absence, but also the decomposition and disintegration of the human body in art coincided with the end of painting as a self-defining art form. The same thing happened, as we know, in classical music, with the end of melodrama and the symphonic mode. These arts were replaced by cinema – the true 20th-century art form – in which all the arts came together and were reborn.

 

I have experienced the same sense of loss that I felt on witnessing the shattering of forms in 20th-century abstract painting, when confronting post-Second-World-War architecture. Here too, somehow, man seems to have disappeared. Looking at the Mile in Chicago, for instance, I have been moved by the extraordinary beauty of the city’s skyscrapers: a scenic composition, with its iridescent colours. I have felt the same sense of admiration in Brasilia, and on seeing Niemeyer’s Mondadori building in Milan. But then, on entering these buildings, and working inside them, I have had the equally powerful impression that they were not made for people to live and work in. In fact I would go so far as to say that these buildings were not created for people in all their complexity – physical, intellectual, political, religious, emotional, cultural and spiritual. Rather they are monuments: grand, three-dimensional sculptures to be contemplated and visited, in the same way that one visits the pyramids and temples of Luxor: as a reminder either of a civilisation that no longer exists, or a people who are yet to come into being. For man as we know him is a stranger in that architecture, because it was not made with him in mind.

 

Therefore I ask myself: if Kandinsky’s paintings at the beginning of the 20th century anticipated the shattering of European civilisation, its cities and inhabitants in the two World Wars, what are contemporary buildings anticipating? What comes to mind is an impoverished humanity, emptied, standardised, almost evanescent. Then, when I think of these buildings transformed on television screens into kaleidoscopes of images, I have the impression that what I am anticipating is a humanity transformed into an image that has lost itself in a game of mirrors, with never-ending reflections. It is an image of emptiness, chance, the loss of identity and the loss of self.

 

Until now I have always thought of evolution and progress as the enrichment of man, his energy, potential and wisdom, his capacity to feel, think and know. Indeed I had been hoping that the 20th century – characterised as it was by militarised crowds, ideological automatons and army barracks – was simply a momentary interruption, a temporary deviation from the great, primary path that leads to full humanisation. But now, when I observe what people are watching on television, the music they listen to, the more and more foolish books they read, the way in which they surf the internet, and the chaotic noise in which they live, I find myself asking: What if we are still following the path towards fragmentation, except now it is no longer the shattering of our bodies but of our thinking, our souls, and most of all, our spirits?

 

The incoherent overlapping of pieces of information, solicitations and their repetitions, in endless, redundant variations, produces an effect of emptiness and squandering. If this is the case, as in the 20th century when we had to oppose militarisation, devastation and totalitarianism, so in the 21st century we need people to oppose this destruction and dissipation.

 

It is a ‘work’ that must be carried out in one’s own field: to recompose that which is dissolving, to return to a centre, a nucleus of values through which we can rediscover ourselves; to create, at the very least, a place that every so often we can retreat to. For there are times when we all feel the need for silence, for concentrating on a book, a poem or a prayer; for somehow purifying ourselves, and regaining a sense of peace that leaves us feeling stronger. It is a work of rediscovery and reconstruction, for the philosopher, the writer of books and articles, the film director and the architect: the task being to create spaces that help man to reconnect in a new way to the great path of spiritual growth and evolution. Modern man, I believe, has an absolute need for this architecture of salvation.

 

This is, I believe, the mission chosen by Claudio Silvestrin: to offer contemporary man the chance to rebuild a centre and to re-establish a sense of order and stability in the real world. And since the modern world is perpetually flooded by inconsistent images, the assertion of a centre is in itself a powerful, almost violent act.

 

In Claudio Silvestrin’s architecture, the centre is a place of silence where noise has been vanquished; a linear place where disorder has been rendered non-existent; a mysterious, almost secret space where the present is suspended, where the sacred appears and the eternal is disclosed. It is a place in which fragmented man can rediscover the roots of his culture and tradition, through earth, water, air, fire, wood, stone and light. In absolute simplicity and complete unity: aplosis. It is a place of purification, in which to rediscover one’s own harmony, energy, and unique sense of self: one’s own essence, and the ability to move beyond.

 

Francesco Alberoni

March, 12th 2007

Addendum to "Eye Claudio"

Book publisher Viabizzuno edizioni, 2008